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I maestri del narrare

Questa sessione del festival è dedicata ai grandi autori del cinema d’arte del Novecento che hanno fatto della narrazione un capolavoro d'arte poetica.

È rivolta in modo particolare alle giovani generazioni e agli studenti degli istituti superiori che hanno diritto di sapere e di fruire di un’offerta culturale e artistica più elevata e soprattutto libera da saperi omologatie omologanti e da logiche commerciali che determinano sempre di più i contenuti dei palinsesti televisivi e della programmazione istituzionale di cultura e spettacolo. Questa sessione che ci piace immaginare come la rubrica di una rivista letteraria, di quelle ormai in disuso, prevede tre proiezioni di documentari o lungometraggi con opportuni approfondimenti di critici cinematografici.

EDIZIONE 2014

MARIO MARTONE

Mario Martone ha cominciato a lavorare a Napoli nel 1977, nel clima delle avanguardie di quel periodo, fondando il gruppo Falso Movimento e realizzando spettacoli che fondevano gli elementi del teatro, del cinema, della musica e delle arti visive come Tango Glaciale (’82), Il desiderio preso per la coda da Picasso (’85), Ritorno ad Alphaville da Godard (’86), tutti destinati a lunghe tournée internazionali. Dieci anni dopo ha dato vita a “Teatri Uniti”, una compagnia tesa all’incontro tra gli artisti napoletani della nuova generazione, con cui ha realizzato anche i suoi film da indipendente. Il suo primo lungometraggio, Morte di un matematico napoletano, ha vinto il Gran Premio della Giuria a Venezia nel ’92. L’amore molesto (’95), Teatro di guerra (’98) e L’odore del sangue (‘03) sono stati tutti presentati a Cannes; Noi credevamo (’10) ha vinto sette David di Donatello tra cui quello per il miglio film. Ha realizzato numerosi documentari e cortometraggi e ha filmato alcuni lavori teatrali tra cui lo spettacolo-manifesto di “Teatri Uniti” Rasoi, su testi di Enzo Moscato. Tra le sue regie: Filottete di Sofocle (’87), Riccardo II di Shakespeare (’93), Terremoto con madre e figlia di Fabrizia Ramondino (’94), I sette contro Tebe di Eschilo (’96), Edipo Re (2000) e Edipo a Colono (’04) di Sofocle, I dieci comandamenti di Raffaele Viviani (2000), L’opera segreta di Enzo Moscato (2005), Falstaff, un laboratorio napoletano da Shakespeare (2007) e, nel repertorio lirico, l’intera trilogia Mozart-Da Ponte al San Carlo di Napoli (da Così fan tutte ripreso anche a Ferrara nel 2000 e 2004 con Claudio Abbado, al Don Giovanni nel 2002, a Nozze di Figaro nel 2006), Lulu di Berg a Palermo (2001), Matilde di Shabran e Torvaldo e Dorliska di Rossini al ROF di Pesaro (2004-2006), Un ballo in maschera di Verdi con Antonio Pappano a Londra (2005), Antigone di Ivan Fedele al Maggio Musicale di Firenze (2007), Falstaff di Verdi a Parigi (2008), Otello di Verdi a Tokyo (2009) Cavalleria rusticana/Pagliacci di Mascagni/Leoncavallo (2011) e Luisa Miller di Verdi (2012) alla Scala di Milano, Fidelio di Beethoven con Gianandrea Noseda al Regio di Torino. Ha ricevuto numerosi premi nei suoi diversi ambiti di lavoro, dai David di Donatello per tre dei suoi film ai Premi della critica teatrale, dal premio Abbiati per l’opera lirica al premio Ubu per il suo impegno nel rinnovamento del Teatro di Roma, istituzione che ha diretto tra il ’99 e il 2000 e dove ha compiuto un lavoro di radicale cambiamento della programmazione, aprendo alle altre arti e alle nuove espressioni sceniche e fondando un teatro, l’India, ricavato da una vecchia fabbrica in disuso sul Lungotevere. Successivamente ha contribuito all’evoluzione del Mercadante come Teatro Stabile di Napoli, facendo parte per tre anni del suo comitato artistico; in questa veste ha realizzato il progetto Petrolio dal romanzo di Pier Paolo Pasolini (2004). Dal dicembre 2007 Martone è direttore del Teatro Stabile di Torino, per il quale ha ideato con Fabrizio Arcuri il festival di teatro contemporaneo Prospettiva e messo in scena, nel 2011, le Operette morali di Giacomo Leopardi, entrambi premi Ubu. Sempre per Torino sta preparando, insieme a Carlo Cecchi, il debutto, in prima assoluta, de La serata a Colono di Elsa Morante.

 

29 Novembre 2014 inizio ore 21.30

“L’AMORE MOLESTO” – di Mario Martone - Italia 1995, colore, durata 104 minuti

Dal romanzo (1992) di Elena Ferrante. La 40enne Delia ritorna a Napoli per i funerali della madre annegata e indaga sugli ultimi mesi della sua vita per capirne la morte. Straordinario ritratto di donna e storia del suo tormentato rapporto con la madre, esposta a ritroso sul filo di un'indagine che diventa una dolorosa ricognizione di sé. È anche la rappresentazione di un mondo, una Napoli brulicante e viva (fotografia di Luca Bigazzi) che ha una forte anima femminile. 2° film del napoletano Martone sotto il segno della concretezza e di una fisicità quasi tattile, arricchito da una creativa colonna musicale e sonora (in dialetto), un'ottima Bonaiuto (Grolla d'oro, 3 David di Donatello, Nastro d'Argento), circondata dalla crema della scena teatrale partenopea. Targa d'argento per Martone.

 

30 Novembre 2014 inizio ore 21.00

“TEATRO DI GUERRA” – di Mario Martone - Italia 1998, colore, durata 113 minuti,

Nel 1994 a Napoli, in una disagevole sala tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli, il giovane Renzo comincia le prove di I sette contro Tebe (467 a.C.) di Eschilo _ tragedia che parla di un assedio e di una guerra fratricida _ per metterla in scena a Sarajevo. Le prove si alternano con la vita privata dei componenti del gruppo, mentre in un teatro stabile un altro regista sta preparando l'allestimento di La bisbetica domata (1593-94) di Shakespeare. Tra le due compagnie avvengono contatti, scambi, attriti. Shakespeare va in scena, Eschilo non andrà a Sarajevo. Titolo polimorfo per un film a più strati, dove è difficile tracciare la linea di separazione tra la scena, il mestiere, la vita quotidiana; tra il richiamo del teatro classico e la messinscena che lo aggiorna; tra testo e contesto; tra la memoria storica e la cronaca odierna. Raramente nel cinema italiano si è avuto un film che, come questo, dà l'impressione di essere stato fatto tenendo aperta la porta agli imprevisti, ai contributi degli attori (professionisti e non) e alle suggestioni che può dare una città come Napoli. Martone aveva messo in scena I sette contro Tebe (traduzione di Edoardo Sanguineti) nel dicembre 1996, riprendendolo nel giugno successivo e filmandone in Super16 le prove, a partire dalle quali elaborò la sceneggiatura. Chi ama il teatro non deve perdere questo film scandito da un montaggio incalzante e frantumato. Chi ama il cinema non può perderlo. È il miglior film italiano delgli anni '90. Esposto nella sezione "Un Certain Regard" di Cannes 1998.

 

6 Dicembre inizio ore 21.30.

“IL GIOVANE FAVOLOSO” - di Mario Martone – Italia 2014, colore, durata 137 minuti

Il racconto della breve vita dello scrittore e poeta Giacomo Leopardi dalla Recanati della biblioteca paterna fino alla Napoli del colera e del Vesuvio. Intorno a lui si muovono la sua famiglia, il compagno di vita Antonio Ranieri, gli intellettuali del tempo, Fanny Targioni -Tozzetti (la donna per la quale si accese di passione) e, soprattutto, la sua scrittura fortemente autobiografica. Quello che ne emerge è il ritratto di un uomo libero di pensiero, ironico, socialmente spregiudicato, ribelle e spesso emarginato dalla società ottocentesca in cui vive.

 

 

EDIZIONE 2012

THEO ANGHELOPULOS

Il mio lavoro è assumere il passato,

il presente e il futuro come un

istante unico: da qui si può capire

perchè nel mio stile prediligo il fuori campo,

lo sconvolgimento del tempo.

                      T. Anghelopoulos

 

Straordinario decifratore di solitudini e raccontatore, come pochi, di smarrimenti etnici, Anghelopulos ci restituisce, nello scenario desolato di un cinema che non è più sogno, narrazioni di forte impatto emotivo dilatando tempi che diventano spazi in cui i personaggi hanno la possibilità di guardarsi dentro. Dodici lungometraggi, due documentari, qualche sperimentazione giovanile: la prestigiosa "avventura" del director. E il risonante, rigoroso, eccellente itinerario sulla coscienza incosciente del potere, sulla mutazione politica delle classi sociali, sulle insurrezioni popolari sopraffatte, sulla puntualità con cui i processi storici hanno cadenzato il secolo, sulla quasi abolizione dell'attesa e della rivendicazione per l'inconscio sottratto, ebbene tutto ciò viene contemporaneizzato nel cinema di Theo Anghelopoulos. Imperativo categorigo è il viaggio, intravisto sì nella veste di conoscenza, soprattutto di contemplazione dell'Io lacerato dalle tante "bastonate" inferte dal crollo degli ideali e dall'uniforme disincanto. Storie di segregazioni interiori che si sfarinano dinanzi alle rotture del sogno e all'imminenza dell'arrivo della spia più malefica del creato: la morte. Cinema di prontuario emotivo con il silenzio che diventa l'interlocutore più sapiente nel cogliere, o nel raccogliere, gli ultimi spezzoni dell'onirismo cosciente: una panchina su cui siede la "rivoluzione", stanca di suggerire la bellezza. Nel lucido ripercorrimento del cammino che è fuga, non più nostos (ritorno).

(Vincenzo Camerino, I cristalli della regia, Icaro, Lecce 2008)

 

 

Lo sguardo di Ulisse

Un film di Théo Angelopulos. Con Harvey Keitel, Erland Josephson, Maia Morgenstern Titolo originale To vlemma tou Odyssea. Fantastico, durata 175' min. - Grecia, Francia, Germania, Italia 1995.

A. Keitel, regista greco, torna in patria per la prima di un suo film e per cercare tre bobine di un negativo (Le tessitrici) impressionato nel 1905 dai fratelli Maniakas, pionieri del cinema, girovaghi nei Balcani. Il suo viaggio di ricerca attraversa Albania, Macedonia, Bulgaria, Romania e approda alla straziata Sarajevo dove l'attende un anziano cinetecario (Josephson). (La parte era destinata a Gian Maria Volonté, morto dopo pochi giorni di riprese). Capolavoro imperfetto? Nella malinconica liturgia solenne del suo cinema di riflessione sulla Storia le pagine opache non mancano, ma le pagine riuscite sono di alto livello, e più numerose. Scritto con Tonino Guerra e Petros Markartis, il 10° film di T. Anghelopulos conferma che questo regista isolato, peculiare e inimitabile è uno dei pochi cui si può attribuire la qualifica di "europeo": il suo è "un invito alla ragione (non alla ragion di Stato), di cui abbiamo bisogno perché il relativo sonno non generi altri goyeschi mostri" (L. Pellizzari). Non c'è ritorno a Itaca per il suo Ulisse: l'epica sfocia in tragedia. Lo sguardo innocente dei pionieri del cinema è perduto per sempre. Gran Premio della Giuria a Cannes 1995 quando la Palma d'oro toccò a Underground di Kusturica, come dire l'Odissea e l'Iliade di questa fine di secolo.

 

 

L'eternità e un giorno

Un film di Théo Angelopulos - Con Bruno Ganz, Isabelle Renauld, Fabrizio Bentivoglio Titolo originale Mia eoniotita ke mia mera. Drammatico, durata 130' min. - Italia, Grecia 1998

 

Un famoso scrittore lascia la sua casa di Salonicco per recarsi in auto all'ospedale da dove forse non uscirà più. L'incontro con un ragazzino albanese, lavavetri clandestino, lo toglie per qualche giorno dalla solitudine; il ricordo della moglie morta lo riporta a un passato troppo dedicato a sé stesso e al lavoro. Scritto con Tonino Guerra e Petros Markaris, con la fotografia dell'abituale Yorgos Arvanitis e di Andreas Sinanos, l'11° film di Anghelopulos _ Palma d'oro a Cannes 1998: un altro premio in ritardo _ è un esercizio di maestria poetica che scade nel poeticismo per accumulo di metafore, temi, suggestioni. Troppa letteratura: la figura incongrua del Poeta ottocentesco che compera le parole; il susseguirsi di finali nell'ultima parte fino alla scelta di quello più ideologico. Il che non impedisce allo spettatore capace di attenzione, ascolto e abbandono a ritmi inconsueti di ammirarne l'alto splendore figurativo e alcune sequenze memorabili come quella del rito funebre.

 

 

La polvere del tempo

Un film di Théo Angelopoulos. Con Willem Dafoe, Bruno Ganz, Michel Piccoli, Irène Jacob, Christiane Paul.durata 125 min. - Grecia, Italia, Germania, Francia, Russia 2008

A., regista americano di origine greca, si reca a Cinecittà per ridare il via a un film di cui aveva improvvisamente interrotto le riprese senza fornire spiegazioni. Il film racconta la storia di Eleni, sua madre, che nella vita ha amato due uomini ed è stata a sua volta riamata nonostante la vita e le vicende politiche l'abbiano in passato separata a lungo da loro. Gli eventi che hanno segnato la seconda metà del Ventesimo Secolo, a partire dalla morte di Stalin, vengono rivisitati con trasferimenti nel tempo e nello spazio. Si passa dal Kazakistan alla Siberia, dall'Italia alla Germania agli Stati Uniti. Si tratta di un flusso di ricordi che si fanno presente mentre la vita di A. è turbata dalla separazione dalla moglie e dalla scoperta del dolore che attraversa l'animo della figlia adolescente. Capitolo secondo di una trilogia The Dust of Time si configura come un film di Angelopouolos in cui il regista letteralmente deborda. Per un giovane spettatore che si accosti per la prima volta al suo cinema l'effetto può essere davvero affascinante ma per chi ne conosca la filmografia l'esito è profondamente diverso. Sembra quasi che il regista abbia voluto realizzare una sorta di riassunto per immagini e situazioni del suo cinema. Solo che le masse, le nebbie, gli interventi teatrali, l'uso dello spazio e degli stessi piani sequenza (qui molto meno presenti rispetto al passato) avevano nel suo cinema una potenza che ne facevano, in più di un'occasione, dei veri capolavori. Oggi la coazione a ripetere (pur avendo a disposizione un cast davvero d'eccezione) prevale su tutto. Ciò che prima trasmetteva una lettura definita e 'forte' della Storia e degli uomini più o meno consapevolmente attori o vittime di essa si è trasformato in un museo delle cere autodedicato. Forse per il Maestro è giunta l'ora di fermarsi a meditare sul senso del fare cinema in un mondo che cambia. Quando i rivoluzionari cominciano a conservare se stessi i tempi non sono felici.

 

 

EDIZIONE 2011

 

FRANCO PIAVOLI

SINESTESIE

 

Partiture visive o immagini sonore?

Non ci sono frontiere nei suoi “paesaggi di suono”, né interruzione alcuna nella polisemia delle immagini che si stratificano e, correndo sensuali sul filo dell’ambiguità, seminano a volte, lungo il cammino, leggittime gocce d’incertezza. Immagini pure le sue, mistiche ed essenziali, talmente vere da dettare sconcerto e che spalancano le porte dei sensi, tutti, trascinando lo spettatore in un vortice di metafisico piacere e primordiale senso di libertà.

Nel cinema di Franco Piavoli tutto scorre, nella tessitura liquida e nello stupore di “attimi senza ritorno”, che si ripetono per l’eternità. Il suo capolavoro è “Il Pianeta Azzurro” (1982), accolto entusiasticamente, circa trent’ anni fa, alla Mostra del cinema di Venezia e vincitore di molti riconoscimenti, tra cui il premio delle Nazioni Unite Cict Unesco ed il Nastro d’Argento, in nome del "De rerum natura" di Lucrezio, testo di riferimento essenziale per tutte le sue opere ed anticipatore, secondo lui, delle moderne teorie di Darwin sull’evoluzionismo.  In questo film, Franco Piavoli, docile artigiano della pellicola descrive nel segno dell’acqua, lo svolgersi della vicenda umana e dei giorni, la loro nascita e il loro declino, nell’arco dell’anno e del sempre. Nessuna sceneggiatura nelle sue storie, tutto è nella sua testa; c’è solo il ritmo: quello cosmico, quello umano e delle stagioni. Non c’è accademia né sofisticazione alcuna, non ci sono artifici tecnologici ma solo il cuore, umile e leggero, di uno sguardo che ascolta. C’è un occhio attento e pieno di passione che intercetta come un radar l’umana solitudine e come un telescopio esplora nel microcosmo, del proprio tempo e del proprio spazio, dove incontra l’Universo e ne sa rendere la misura. Franco Piavoli è soprattutto un “cogito”, un pensiero umano che lentamente riflette, si piega, si dona, si mette al servizio del “senso” e che nella natura–madre, della quale più non scorgiamo il sacro, Piavoli incontra anche per noi, distratti dal nulla, l’alfa e l’omega del vivere e tutte le relazioni, visibili e invisibili, dell’essere e dell’esserci.

 

 

Quando l’ho sentito al telefono la prima volta non riuscivo a capacitarmene: aveva la voce di un bambino; era così chiara, così presente, così piena di entusiasmo e di candido stupore.

Mi mise subito a mio agio, accorciando ogni inutile e barocca forma di distanza.

 - “Ciao Annalisa, come va? dimmi pure” - .

Avevo capito che si trattasse di un brav’uomo ma non mi ero ancora resa conto di avere incontrato un essere metafisico, un vero “cristiano”, “piccolo e gentile”, caratteristiche che solo i “grandi” possiedono oltremisura.

Avevo sentito parlare di “Nostos” (1989), il suo eccezionale poema audiovisivo sul ritorno a casa, per mare, di un Ulisside. Mi era sembrato un film perfetto da inserire nella programmazione del festival “Lo Sguardo di Omero” (sett. 2011). Decisi di dedicare a Franco PIavoli una retrospettiva contenente i suoi lungometraggi fondamentali. Lo invitai al Festival e accettò con un’umiltà da lasciare sgomenti.

Dopo, soltanto molto dopo, venni sapere che per lo stesso periodo era stato invitato a Venezia, per la proiezione dei suoi primissimi cortometraggi ma aveva deciso di non partecipare per mantenere fede alla parola che aveva dato a me.

 

Melendugno, 6 dicembre 2011 Annalisa Montinaro

 

 

IL PIANETA AZZURRO di Franco Piavoli

Italia 1982, colore, durata 90 minuti, inizio ore 17.30

Un capolavoro anomalo del cinema italiano degli anni '80. Girato in Valbruna, tra Brescia e Mantova, descrive, sotto il segno dell'acqua, il giro dei giorni e delle stagioni, la vita della natura, la presenza dell'uomo. Il pianeta azzurro è un poema, un viaggio, un concerto sulla natura, l’universo, la vita… lo svolgersi mirabile e spettacolare delle stagioni nell’arco dell’anno e del sempre! Interpreti non professionisti, la natura e gli animali.

Questo film bisognerebbe farlo vedere per legge a tutti gli italiani, ma senza perdere tempo; perché isola in vitro qualcosa di cui abbiamo un estremo bisogno, l’alfabeto perduto della realtà (Tullio Kezich, “La Repubblica”, agosto 1982)

 

NOSTOS – IL RITORNO di Franco Piavoli

Italia 1989, colore, durata 84 minuti, inizio ore 19.15

Poema audiovisivo sul ritorno a casa, per mare, di un ulisside con una vicenda ridotta ai minimi termini e pochi dialoghi. Enigmatico, impervio, affascinante, con una straordinaria colonna sonora. NOSTOS è l’espressione delle nostre pulsioni: esprime le nostre paure, i rimorsi, le disperazioni, ma anche le illusioni, gli incanti e soprattutto il bisogno di ripararsi nella casa della memoria e degli affetti elementari.

Grandi momenti lirici che sono insieme ammirevoli prove di maestria registica nel narrare per immagini (LIETTA TORNABUONI, PANORAMA, 1990).

 

VOCI NEL TEMPO di Franco Piavoli

Italia 1996, colore, durata 87 minuti, inizio ore 22.30

 "Voci nel tempo", il terzo lungometraggio di Franco Piavoli, sembra essere la summa dei suoi primi due lavori. Nel raccontarci la vita di Castellaro, comune della provincia di Mantova, Piavoli prende l'attenzione per la natura che era onnipresente ne "Il pianeta azzurro" e la trasforma in una materia più coinvolgente, unendola a quell'attenzione per l'uomo che è alle basi di "Nostos - Il ritorno". La commistione tra natura e uomo non è casuale: "Voci nel tempo" è un racconto poetico delle stagioni, sia quelle climatiche che quelle umane. Piavoli immerge il tutto in un'atmosfera dove l'immagine, più che rappresentare il “qui e l'ora”, rappresenta un'ideale altrove, dove tra nostalgia e passione per il passato, rivivono i riti dell'uomo. L'approccio al sonoro questa volta è orientato verso il rituale della parola, che rivive in filastrocche, canzoni popolari, litanie, spalmandosi sull'immagine e sporcandola con i suoni ambientali, l'indistinto vociare, il lontano suono della natura.
Un film fuori dal mucchio. Si rivolge a spettatori che abbiano la pazienza del cuore, l'attenzione dell'orecchio, l'acutezza dell'occhio.

 

BIOGRAFIA

Regista, montatore, produttore e direttore della fotografia. Franco Piavoli nasce a Pozzolengo (Brescia), il 21 giugno del 1933. Dopo gli studi classici si laurea, nel 1954, in Giurisprudenza, presso l’università di Pavia e per cinque anni esercita la professione di avvocato, continuando a coltivare interesse per la fotografia, la pittura, l’etologia e la botanica. Dall’inizio degli anni Sessanta è insegnante in un istituto tecnico e realizza cortometraggi a passo ridotto, premiati in numerosi concorsi nazionali. Nel 1978 abbandona la scuola e, su spinta di Silvano Agosti, inizia a lavorare al suo primo lungometraggio. Singolare figura di film-maker indipendente, Franco Piavoli realizza e produce da solo i suoi film, spesso effettuando le riprese nella sua casa sulle colline del lago di Garda. Persegue un’originale idea di cinema lirico-sinfonico in cui le immagini, non più costruite in maniera antropocentrica, costituiscono una sorta di partitura audiovisiva dal forte impatto emozionale. Il suo primo lungometraggio (Il pianeta azzurro, 1982) è un’elegia lirica di impianto naturalistico sul ritmo delle stagioni e sulla ciclicità di ogni vita; Nostos il ritorno (1989) è invece un’insolita rivisitazione del mito di Ulisse, con gli attori che parlano in greco antico, mentre Voci nel tempo (1996) è una struggente e malinconica riflessione sulle ferite inferte dal tempo. Al primo soffio di vento (2002) mette in scena invece, con sguardo quasi leopardiano, il pomeriggio del «dì di festa» di una famiglia bresciana, chiusa nel torpore e nella solitudine di una domenica d’estate. Particolarmente significativa e molto apprezzata dalla critica la sua collaborazione al documentario Terra Madre (2009) di Ermanno Olmi, dove ha curato “L’orto di Flora”.

 

FILMOGRAFIA

1953 Uccellanda, cm in b/n
1954 Ambulatorio, cm in b/n
1955 Incidente, cm in b/n
1960 Le stagioni, cm a colori
1962 Domenica sera, cm a colori
1963 Emigranti, cm in b/n
1964 Evasi, cm in b/n
 

1982 Il pianeta azzurro, lungometraggio a colori
1986 Lucidi inganni, cm a colori
1986 Il parco del Mincio, cm a colori
1989 Nostos. Il ritorno, lungometraggio a colri
1996 Voci nel tempo, lungometraggio a colori

2002 Al primo soffio di vento, lungometraggio a colori

 

REGIE TEATRALI

Suor Angelica di Giacomo Puccini

Maggio Musicale Fiorentino 1983.

La Forza del destino dI Giuseppe Verdi

Stagione musicale del Teatro Grande di Brescia e del Teatro Donizzetti di Bergamo, 1985.

Norma di Vincenzo Bellini.

Stagione musicale del Teatro Grande di Brescia e del Teatro Donizzetti di Bergamo, 1990.

 

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